23 Novembre 2023

Una, nessuna, centomila identità

di Emanuele Russo

Oggi parliamo di Instagram. Il progetto Hate Trackers ci ha permesso, negli ultimi anni, di entrare in contatto con centinaia di persone, giovani e non, e di analizzare insieme come ci presentiamo su questo social media. Soprattutto tra le più giovani, è abbastanza diffusa l’abitudine di creare un numero abbastanza elevato di profili diversi, che si rivolgono a specifici gruppi di utenti: la famiglia, gli amici più stretti, gli amici in generale. Inoltre, esistono i profili chiamati “spam”, che vengono usati per “stalkerare” ex-fidanzate/i o persone che piacciono. 

Abbiamo volutamente citato il capolavoro di Pirandello per far notare che, da un certo punto di vista, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Abbiamo sempre modificato la nostra identità a seconda del contesto. Se ci pensiamo, fin da bambini abbiamo adattato il nostro comportamento a seconda che fossimo in casa, in famiglia o a scuola. Da adulti non ci comportiamo allo stesso modo a lavoro o con gli amici. Sostenere, quindi, che i social media frammentino la nostra identità può sembrare, e in parte lo è, un’esagerazione. Eppure, se proviamo ad analizzare meglio la questione, vediamo che le cose sono un po’ più complesse. 

Quando nasciamo, entriamo in un contesto ignoto, quello della famiglia nucleare. Piano piano l’orizzonte si allarga, e si comincia ad includere parenti, amici di famiglia, e così via. Poi arriva la scuola, dopo la scuola il lavoro, persone amiche, amate, e le loro famiglie. In tutti questi contesti, noi veniamo introdotti in modo più o meno “obbligato”. Le regole di ogni contesto esistono prima del nostro ingresso, noi dobbiamo apprenderle, rispettarle, e solo dopo un tempo più o meno lungo siamo in grado di interpretarle secondo il nostro modo di sentire. Inoltre, in molti di questi contesti noi non possiamo scegliere di non entrare. Anche se per Pirandello l’opzione “nessuno” esiste, non è facile realizzarla. 

Su Instagram accade l’esatto contrario. Anzitutto, possiamo scegliere di non entrare. Quando lo facciamo, siamo noi a creare i nostri profili, noi a scegliere chi può vedere i nostri contenuti, noi a poter decidere, unilateralmente, di espellere qualcuno o addirittura di cancellarci dallo spazio virtuale, senza che questo abbia, almeno in teoria, alcuna conseguenza duratura sulla nostra vita. Siamo quindi davanti ad un ribaltamento di 180 gradi rispetto a ciò che accade fuori dai social. 

Un altro aspetto da tener presente è la relativa rigidità del profilo Instagram, se paragonata al contesto, poniamo di una classe scolastica. In quest’ultimo ambiente il nostro modo di essere, di rapportarci con gli altri e con le regole, si evolve nel tempo, perché cresciamo, conosciamo meglio chi vive non noi lo stesso ambiente e impariamo nel tempo ad interpretare le regole che il primo giorno di scuola ci appaiono immodificabili. La nostra identità è mobile, si modifica anche nostro malgrado, perché non abbiamo il potere di imporre il nostro punto di vista a nessuno. 

Su Instagram, invece, il nostro potere è molto più vasto, all’interno dei nostri profili, e anche se non possiamo evitare di subire attacchi ed essere vittima di discorso d’odio, possiamo vietare i commenti, cancellare follower e, come ultima spiaggia, chiudere il nostro profilo e aprirne uno nuovo. Questo retroagisce su di noi dando alle nostre identità digitali una rigidità maggiore. Siamo più portati ad essere in un modo finché non ci stanchiamo, dopodiché più che sfumare, preferiamo cambiare profilo. La stessa cosa accade a tutti/e. E questo, forse, ci rende meno accoglienti verso argomenti o persone che non riflettano esattamente ciò che pensiamo o vogliamo essere.

 

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