di Lorenzo Scottà
Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza dei cambiamenti climatici ha portato alla formazione di una schiera di attivisti e militanti determinati a (provare a) difendere il nostro pianeta. Tuttavia, questi ultimi, si trovano spesso al centro di attacchi verbali e minacce. Abbiamo visto tutti i video degli attivisti di Ultima Generazione violentemente aggrediti da un gruppo di giovani a Verona, lo scorso 30 ottobre, durante un blocco stradale. Ma, senza bisogno di arrivare a episodi di violenza fisica, basta fare un giro nella sezione commenti di qualsiasi giornale online sotto un articolo che parli di movimenti ambientalisti, attivisti per il clima o anche solo della questione ecologica, per rendersi conto di quanto odio in rete viene diretto contro di loro.
Gli attivisti per il clima svolgono un ruolo cruciale nel promuovere la consapevolezza riguardo alle sfide ambientali che affrontiamo. Sono spesso giovani, guidati dalla preoccupazione per il futuro del nostro pianeta, con l’obiettivo di sensibilizzare, ma anche di spingere governi, aziende e individui a intraprendere azioni concrete per mitigare i danni ambientali, ridurre le emissioni di gas serra e costruire una vera giustizia sociale. Si tratta di questioni fondamentali, che dovrebbero essere tra le priorità di tutti, eppure gli attivisti per il clima spesso si trovano vittime di un discorso d’odio insensato.
Le critiche, le minacce e le diffamazioni online sono all’ordine del giorno, alimentate da coloro che rifiutano di accettare la gravità della crisi climatica (o che la negano in toto) o che hanno interessi economici legati a pratiche insostenibili o anche semplicemente che avvertono, nei discorsi degli attivisti, una minaccia allo stile di vita al quale sono abituati. Spesso il discorso d’odio, in questo senso, mostra come sia presente uno scollamento generazionale (ma non solo, come dimostra il caso di Verona) sulle questioni ambientali e come gli stessi attivisti ambientali abbiano difficoltà a costruire pratiche e discorsi in grado di arrivare a tutti.
La gravità di questo fenomeno deriva dal fatto che le conseguenze del discorso d’odio non si limitano solo a minacciare il benessere psicologico degli attivisti, ma possono anche minare gli sforzi collettivi per affrontare la crisi climatica: l’odio rischia di silenziare le voci di chi si attiva o, ancor peggio, scoraggiare altri a unirsi ai movimenti per la giustizia climatica e sociale, e a prendere posizione per il bene comune. Naturalmente è importante rispettare la diversità di opinioni, e d’altro canto le critiche possono rivelarsi molto arricchenti per gli attivisti, purché si tratti appunto di critiche costruttive: il discorso d’odio non può in nessun caso essere giustificato.
Se da un lato gli attivisti stessi devono imparare a trovare strategie diverse per riuscire a comunicare in maniera più efficace le loro ragioni, evitando di colpevolizzare il singolo, facendo emergere maggiormente le specificità sistemiche delle crisi che stiamo vivendo e indirizzando la loro rabbia verso quegli attori e aziende che sono le vere responsabili della crisi climatica e ambientale, dall’altra un’educazione culturale diffusa può aiutare a decostruire l’odio che affolla la rete e le strade. Questo perché, quest’ultimo è prodotto, per altro, da quello stesso sistema capitalistico che la crisi climatica l’ha causata e che non può che gioire nell’alimentare quell’“odio tra poveri” che distoglie l’attenzione, mentre proseguono indisturbati processi estrattivisti e di devastazione ambientale, volti unicamente ad aumentare i profitti di pochi. Smantellare questa spaccatura, che nel discorso d’odio si manifesta, può, quindi, aiutarci anche nella lotta al cambiamento climatico.