Prima del revenge porn: parola alla musica
Giovanni Lindo Ferretti, che forse i meno giovani tra noi ricordano nei gruppi musicali CCCP, CSI e PGR, racconta nella poesia Occitania alcuni episodi della nostra storia passata, al tempo delle crociate. Sulle donne, riporta: “guai alle donne che devono servire/partorire in dolore/guai a chi le difende”.
Concludendo, afferma: “I forni crematori/sono il progresso dei roghi”.
In questo blog non firmiamo i contributi. Cerchiamo di fare in modo che ogni pezzo rispecchi il punto di vista di tutti coloro che mantengono viva la comunità Hate Trackers. Questa volta, però, penso sia importante portare un’esperienza personale. Come tale, non ha pretesa di trovare una chiave di lettura univoca, tantomeno quella di proporre la soluzione migliore per una delle manifestazioni peggiori di discorso d’odio, con cui si scontrano ogni giorno migliaia di persone, in particolare donne.
Il revenge porn dal punto di vista maschile
Essendo maschio, cisgender ed eterosessuale, sono però una categoria relativamente poco rappresentata nel dibattito. Sono cresciuto in una città di provincia molto ricca, e pur non facendo parte delle famiglie più benestanti ho comunque avuto un’adolescenza senza particolari problemi. Non ho mai avuto particolari problemi con coetanei e ragazzi più grandi, ero relativamente popolare a scuola pur essendo considerato “strano”, ho giocato senza infamia e senza lode a diversi sport.
Di spogliatoi ne ho frequentati parecchi, dai dieci anni in avanti, anche in età adulta. Mi è quindi capitato spesso di trovarmi in discussioni che rendevano chiaro il punto di vista maschile su ex-fidanzate, tipe troppo facili, tipe troppo difficili, sorelle, madri, ecc… Ma anche se non avessi giocato a nessuno sport, anche se fossi stato molto più solitario, sarebbe bastato andare in un qualsiasi bagno pubblico maschile per essere informato su tutte le “presunte caratteristiche” delle ragazze del luogo.
Dallo spogliatoio all’online
I bagni di scuole, palestre e pub e in generale i muri delle città hanno rappresentato, fino a pochi anni fa, l’equivalente offline dei social media. E questi ultimi hanno, per molti versi, mantenuto inalterato lo spessore culturale dei dialoghi su quelle pareti. Posso dire con buona sicurezza che l’orgoglio ferito, il dolore per essere stati lasciati, in questi discorsi hanno sempre avuto scarso peso. Molto di più, ha contato il bisogno di avere qualcuno su cui riversare il proprio bisogno di autoaffermazione, o un capro espiatorio per tensioni adolescenziali, spesso mai risolte e persistenti anche in età adulta. In altre parole, il bisogno di screditare, insultare e usare una donna, non ha quasi mai avuto a che fare con l’esistenza di un presunto torto subito.
Per questo credo sia sbagliato parlare di revenge porn, anche se il termine è ormai entrato nel lessico comune. Il termine revenge, “vendetta” in inglese, fa pensare inoltre ad una reazione. Invece, nei discorsi da spogliatoio certi temi emergono in modo per così dire naturale, non c’è bisogno che ci sia un evento scatenante. E si tratta di dinamiche da sempre esistite in contesti maschili.
Oggi la facilità con cui si possono scambiare video e foto aumenta a dismisura il potenziale distruttivo di questi discorsi perché, se un racconto veniva comunque soppesato con l’attendibilità del narratore, un video o un’immagine vengono percepiti come verità incontestabili. E anche qui ci si sbaglia, perché è ormai provato che foto e video montaggi sono in grado di creare falsi difficili da smascherare, quindi è ormai chiaro che non esista alcun comportamento che possa mettere una persona al sicuro dal rischio di essere vittima di revenge porn.
Punto di partenza: cambiare la mentalità maschile
La verità è che il punto è un altro. Dobbiamo cambiare la mentalità maschile. E dobbiamo cominciare noi maschi, anche se non è semplice. Ho provato in passato a contestare questa modalità sistematica di costruire la propria sicurezza sul corpo delle donne, e ne ho ricavato spesso derisioni, accuse legate alla mia sessualità e tentativi di isolamento. I discorsi camerateschi sulle donne sono considerati spesso talmente innati nel maschio che, per rispondere a chi da maschio li contesta, si deve necessariamente mettere in dubbio la “virilità” di quest’ultimo. Come se fosse impossibile essere maschio e, al contempo, non sentire il bisogno di sottomettere chi maschio non è.
Un messaggio di speranza
Per questo vorrei lanciare un messaggio di speranza, soprattutto a tutti i maschi, cisgender, eterosessuali là fuori: si può fare. Possiamo cambiare il nostro modo di relazionarci con le donne e, in generale, con chi percepiamo come diverso da noi, senza che questo ci faccia essere meno “fighi”. Al contrario, saremo tanto più persone degne quanto più saremo capaci di accogliere l’altra persona, senza temere che porre tutti sullo spesso livello di dignità e diritti minacci l’alta opinione che abbiamo di noi.
Non sempre è facile, perché a volte siamo stressati, impauriti e feriti, e svilire chi ci sta intorno ci appare come la soluzione più semplice e veloce. Ma è un’illusione e non ci salva da noi stessi. Vogliamo unire la nostra voce a quella di tutte e tutti coloro che, grazie al loro coraggio e spesso in quasi totale isolamento, denunciano questa antica eppure attualissima forma di violenza contro migliaia di persone, donne in particolare.
7 punti per combattere il revenge porn
Vorremmo che chi legga queste parole tenesse bene in mente, da ora in poi, questi punti:
- 1) il revenge porn è violenza, non è reazione a nessun fatto degno di critica;
- 2) in quanto violenza, è un reato, e quindi perseguibile;
- 3) al contrario, inviare foto o video intimi di se stessi a chiunque si desideri non lo è;
- 4) avere una vita sessualmente attiva o non averla, monogama, poligama, fedele, fedifraga sono fatti privati. Tali scelte non possono avere conseguenze sui rapporti sociali e lavorativi di qualsiasi persona;
- 5) un comportamento lesivo della dignità di una persona non va mai assecondato anzi, possibilmente, va criticato nelle sedi opportune, relazionali o legali che siano;
- 6) chiunque risulti vittima di episodi di violenza va supportato e non lasciato solo, anzi occorre agire rapidamente per interrompere la catena di stigmatizzazione sociale;
- 7) le istituzioni, pubbliche o private, che dovessero tollerare o alimentare episodi di violenza di questo tipo, vanno contrastate con ogni mezzo necessario.
Capire il discorso d’odio con Hate Trackers
Cambiare prospettiva è possibile ed il progetto Hate Trackers vuole farsi promotore di un nuovo modo di capire, prima di affrontare, il discorso d’odio. Fin dalle sue radici nell’offline.
Scopri di più sul sito web.
11 Gennaio 2021
Revenge porn, dall’offline all’online: 7 punti per combatterlo
Prima del revenge porn: parola alla musica
Giovanni Lindo Ferretti, che forse i meno giovani tra noi ricordano nei gruppi musicali CCCP, CSI e PGR, racconta nella poesia Occitania alcuni episodi della nostra storia passata, al tempo delle crociate. Sulle donne, riporta: “guai alle donne che devono servire/partorire in dolore/guai a chi le difende”.
Concludendo, afferma: “I forni crematori/sono il progresso dei roghi”.
In questo blog non firmiamo i contributi. Cerchiamo di fare in modo che ogni pezzo rispecchi il punto di vista di tutti coloro che mantengono viva la comunità Hate Trackers. Questa volta, però, penso sia importante portare un’esperienza personale. Come tale, non ha pretesa di trovare una chiave di lettura univoca, tantomeno quella di proporre la soluzione migliore per una delle manifestazioni peggiori di discorso d’odio, con cui si scontrano ogni giorno migliaia di persone, in particolare donne.
Il revenge porn dal punto di vista maschile
Essendo maschio, cisgender ed eterosessuale, sono però una categoria relativamente poco rappresentata nel dibattito. Sono cresciuto in una città di provincia molto ricca, e pur non facendo parte delle famiglie più benestanti ho comunque avuto un’adolescenza senza particolari problemi. Non ho mai avuto particolari problemi con coetanei e ragazzi più grandi, ero relativamente popolare a scuola pur essendo considerato “strano”, ho giocato senza infamia e senza lode a diversi sport.
Di spogliatoi ne ho frequentati parecchi, dai dieci anni in avanti, anche in età adulta. Mi è quindi capitato spesso di trovarmi in discussioni che rendevano chiaro il punto di vista maschile su ex-fidanzate, tipe troppo facili, tipe troppo difficili, sorelle, madri, ecc… Ma anche se non avessi giocato a nessuno sport, anche se fossi stato molto più solitario, sarebbe bastato andare in un qualsiasi bagno pubblico maschile per essere informato su tutte le “presunte caratteristiche” delle ragazze del luogo.
Dallo spogliatoio all’online
I bagni di scuole, palestre e pub e in generale i muri delle città hanno rappresentato, fino a pochi anni fa, l’equivalente offline dei social media. E questi ultimi hanno, per molti versi, mantenuto inalterato lo spessore culturale dei dialoghi su quelle pareti. Posso dire con buona sicurezza che l’orgoglio ferito, il dolore per essere stati lasciati, in questi discorsi hanno sempre avuto scarso peso. Molto di più, ha contato il bisogno di avere qualcuno su cui riversare il proprio bisogno di autoaffermazione, o un capro espiatorio per tensioni adolescenziali, spesso mai risolte e persistenti anche in età adulta. In altre parole, il bisogno di screditare, insultare e usare una donna, non ha quasi mai avuto a che fare con l’esistenza di un presunto torto subito.
Per questo credo sia sbagliato parlare di revenge porn, anche se il termine è ormai entrato nel lessico comune. Il termine revenge, “vendetta” in inglese, fa pensare inoltre ad una reazione. Invece, nei discorsi da spogliatoio certi temi emergono in modo per così dire naturale, non c’è bisogno che ci sia un evento scatenante. E si tratta di dinamiche da sempre esistite in contesti maschili.
Oggi la facilità con cui si possono scambiare video e foto aumenta a dismisura il potenziale distruttivo di questi discorsi perché, se un racconto veniva comunque soppesato con l’attendibilità del narratore, un video o un’immagine vengono percepiti come verità incontestabili. E anche qui ci si sbaglia, perché è ormai provato che foto e video montaggi sono in grado di creare falsi difficili da smascherare, quindi è ormai chiaro che non esista alcun comportamento che possa mettere una persona al sicuro dal rischio di essere vittima di revenge porn.
Punto di partenza: cambiare la mentalità maschile
La verità è che il punto è un altro. Dobbiamo cambiare la mentalità maschile. E dobbiamo cominciare noi maschi, anche se non è semplice. Ho provato in passato a contestare questa modalità sistematica di costruire la propria sicurezza sul corpo delle donne, e ne ho ricavato spesso derisioni, accuse legate alla mia sessualità e tentativi di isolamento. I discorsi camerateschi sulle donne sono considerati spesso talmente innati nel maschio che, per rispondere a chi da maschio li contesta, si deve necessariamente mettere in dubbio la “virilità” di quest’ultimo. Come se fosse impossibile essere maschio e, al contempo, non sentire il bisogno di sottomettere chi maschio non è.
Un messaggio di speranza
Per questo vorrei lanciare un messaggio di speranza, soprattutto a tutti i maschi, cisgender, eterosessuali là fuori: si può fare. Possiamo cambiare il nostro modo di relazionarci con le donne e, in generale, con chi percepiamo come diverso da noi, senza che questo ci faccia essere meno “fighi”. Al contrario, saremo tanto più persone degne quanto più saremo capaci di accogliere l’altra persona, senza temere che porre tutti sullo spesso livello di dignità e diritti minacci l’alta opinione che abbiamo di noi.
Non sempre è facile, perché a volte siamo stressati, impauriti e feriti, e svilire chi ci sta intorno ci appare come la soluzione più semplice e veloce. Ma è un’illusione e non ci salva da noi stessi. Vogliamo unire la nostra voce a quella di tutte e tutti coloro che, grazie al loro coraggio e spesso in quasi totale isolamento, denunciano questa antica eppure attualissima forma di violenza contro migliaia di persone, donne in particolare.
7 punti per combattere il revenge porn
Vorremmo che chi legga queste parole tenesse bene in mente, da ora in poi, questi punti:
Capire il discorso d’odio con Hate Trackers
Cambiare prospettiva è possibile ed il progetto Hate Trackers vuole farsi promotore di un nuovo modo di capire, prima di affrontare, il discorso d’odio. Fin dalle sue radici nell’offline.
Scopri di più sul sito web.
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