3 Dicembre 2020

Odio online e l’avvento dei social network: chiacchiere digitali da bar

Il ruolo del linguaggio e del contesto relazionale nell’incitamento all’odio online

Lo scrittore Karl Kraus disse una volta che le conversazioni dal parrucchiere fossero la prova inconfutabile che le teste servano per i capelli. È possibile che a tutti noi sia capitato almeno una volta di avere questa sensazione mentre, in attesa del nostro turno, sfogliavamo riviste sgualcite a cui mai avremmo permesso di varcare la soglia di casa. Ma cosa ha a che fare con l’odio online?
Un senso dell’aforisma di Kraus potrebbe essere quello che esistano luoghi che fanno il discorso. È un’affermazione tanto vera quanto scontata, perché tutti noi mutiamo il nostro linguaggio e il nostro modo di rapportarci con le persone a seconda del contesto in cui ci troviamo e dei rapporti che abbiamo.

I contesti spesso sono anzi più importanti delle relazioni: se andiamo a trovare una persona che conosciamo sul suo posto di lavoro, probabilmente non ci comporteremo nello stesso modo che se ci uscissimo insieme la sera. Così, se parliamo di un tema anche serio davanti ad un caffè, non presteremo la stessa attenzione alle nostre argomentazioni rispetto a se lo facessimo in un’aula universitaria. Non per nulla si parla di chiacchiere da bar.

Un diverso concetto di “distanza” prima dei social

Nel mondo pre-social network le cose erano abbastanza semplici. In famiglia ci si comportava in un modo, a scuola o a lavoro in un altro. Con gli estranei si tenevano le distanze, con le persone vicine no. Esistevano eccezioni, a volte necessarie: well behaved women never changed the world (le donne ben educate non hanno mai cambiato il mondo), si era fatta scrivere una mia amica sulla cintura. Però, è indubbio che fosse sempre chiaro quale dovesse essere il comportamento corretto da tenere in ogni situazione.

L’arrivo dei social network e l’odio online

L’avvento di Facebook, Twitter e altri social media ha scardinato le regole di comportamento su cui si fondava il mondo delle relazioni. È come se, di punto in bianco, la chiacchiera da bar, anzi quella da bettola, fosse diventata lo standard comunicativo da usare con chiunque e dovunque. Si, perché sui social si fa praticamente ogni cosa: ci si rapporta tra genitori nelle chat scolastiche, si acquistano beni e servizi, si parla di politica, si fa propaganda elettorale, si lavora, si flirta e ci si lascia.

Ad essere cadute non sono solo le barriere della nostra privacy, ma anche quelle sociali. In alcuni casi questo è un bene, in altri meno. Si potrebbe pensare che le persone più inclini a utilizzare i social senza preoccuparsi del proprio interlocutore e del contesto siano i giovani, invece è vero l’esatto contrario. La persone che vive la sua identità social in modo più aggressivo e refrattario al rispetto delle altre persone e delle regole di convivenza civile è la persona di mezza età. Non è un caso che Facebook e Twitter siano le piattaforme dove si concentra la più alta percentuale di discorso d’odio online, e sono anche quelle dove l’età media dell’utente è più elevata. (Dati, statistiche e altre considerazione sono disponibili nella nostra Guida)

Il fatto che l’essere cresciuti in un mondo di relazioni dove l’aggressività e il disprezzo dell’altro avevano conseguenze dirette per la persona che sceglieva questo comportamento non costituisce un freno per l’odio in rete, anzi costituisce quasi un tratto distintivo dell’hater, rappresenta un nodo centrale del problema. Online le regole normali non valgono perché questo spazio non è considerato normale, o comunque non è connesso alla realtà.

“Social dilemma”: il ruolo di ciascuno

Anche se sono anni che organizzazioni della società civile ed esperti sul tema asseriscono, dati alla mano, che è vero l’esatto contrario, questa percezione sembra dura a morire. Ma un altro punto cruciale del discorso attiene al mezzo stesso. I contenuti carichi d’odio, o comunque intrisi di emotività negativa, hanno una rapidità di circolazione fino a sei volte superiore, nei social media, rispetto a contenuti legati alla sfera del razionale. E dal momento che i social sono diventati, o sono sempre stati, una macchina per fare soldi attraverso le condivisioni (guardate il documentario The Social Dilemma), è chiaro che saranno quelli privilegiati e maggiormente diffusi attraverso i social.

Non è un caso se, dato un tema, informazioni alterate, fuorvianti o completamente false (fake news) riscuotono più successo di analisi ragionate e articolate. Le prime pongono l’accento sulle emozioni e le paure delle persone, le seconde no. La diffusione del linguaggio d’odio online crea da anni conseguenze sul mondo “reale”. Pensate alla Brexit, o al successo clamoroso dei partiti sovranisti alle ultime elezioni europee. O in Italia. Tuttavia, fino a pochi mesi fa, esisteva comunque il mondo vecchio stile, quello offline, o offline, dove ci si poteva muovere in altri modi e con altre regole.

Cos’è davvero cambiato?

La pandemia di COVID-19 ha sbaragliato le carte. Il bar, la bettola virtuale, è improvvisamente diventato l’unico luogo in cui incontrarsi. Ma con quali regole? Ecco perché, oggi, non possiamo più non considerarci parte in causa dell’odio online. Se prima potevamo far finta che la cosa non ci toccasse (bastava tenere pulita la nostra “bolla” oppure non usare i social network), ora siamo spinti a forza nel campo da gioco. E diventare capaci di vedere l’odio diffondersi nelle relazioni, riuscire a prevederlo, come pompieri con un incendio, rappresenta una sfida necessaria, al pari di quella ambientale, del nostro tempo.

Ti potrebbe interessare

di Matteo De Nicolo. L’impulso di odiare con le parole è un vizio antico, non un’invenzione dei social media. È un filo oscuro che
di Francesca Boaro   Il mondo è governato quasi ovunque da una oligarchia di ricchi. Gli Stati Uniti, in passato considerati il simbolo della
di Loris Martino   Sul mio sito, insieme ad altri articoli riguardanti le nuove frontiere pedagogiche, trovate “Il metodo danese per crescere bambini felici”