18 Gennaio 2021

Hate speech online e libertà d’espressione: quali sono i confini?

Hate speech online e libertà d’espressione: confronto-scontro

Siamo abituati a ritenere la libertà di espressione come pilastro e caratteristica fondante delle democrazie moderne. Per questa ragione, crediamo che questo diritto vada tutelato e protetto da qualsiasi tentativo di censura o di bavaglio. Ogni essere umano ha quindi il diritto di esprimere liberamente le proprie convinzioni e idee, sia individualmente sia collettivamente. Tuttavia, è anche vero che il linguaggio può sfociare nell’offesa e nella violenza ed è in queste occasioni che l’hate speech online si scontra con la libertà di espressione.

L’avvento dei social network ha reso molto più rilevanti, a questo proposito, gli episodi di discorso d’odio online rispetto a quelli offline, prevalentemente a causa della (presunta) “anarchia” di questi mezzi di comunicazione. Prendiamo ad esempio il campo dell’odio politico. Scorrendo la bacheca di Facebook è ormai comune imbattersi in ping-pong di commenti che tutto sembrano proporre tranne un sano e costruttivo confronto. Il discorso politico viene di fatto depauperato e sostituito da una gamma di insulti, offese, svalutazioni, denigrazioni. 

La testimonianza di Giulia

Mi chiamo Giulia, ho 29 anni e sono laureata in Scienze Internazionali. Anch’io utilizzo i social, o meglio, sono iscritta a Facebook, che uso con regolarità, e a Twitter, che visito saltuariamente. Facebook per me è uno strumento di informazione, sono iscritta a diverse pagine di mio interesse, quindi lo sfrutto principalmente per la lettura di articoli. Una sera di qualche anno fa mi ritrovai a discutere con la mia coinquilina della qualità dei commenti che si possono trovare su Facebook e di come lei provasse ad interagire in questo oceano di opinioni proponendo spesso una prospettiva diversa rispetto a quella maggioritaria. Il risultato di questi tentativi di confronto era l’assenza di confronto. Insulti, minacce, derisioni la facevano da padrone. Decisi anch’io di provare ad intervenire in qualche conversazione.

Aperto Facebook mi imbattei subito in un post che conteneva una quantità indefinita di commenti dal carattere violento, superficiale e offensivo. Scrissi un pensiero dai toni pacati, forse un po’ accademico, ma inerente al tema proposto dal post iniziale. E in una manciata di secondi ho ricevuto un pool di risposte che avevano tutte le intenzioni tranne quelle di confrontarsi con me sull’argomento in questione. Mi hanno “invitata” a lasciar perdere la discussione e di dedicarmi alla prostituzione, mi hanno chiamata “troia”, mi hanno augurato di essere stuprata – commento pervenuto anche da parte di una donna. In quel preciso momento mi resi conto di non essere un avversario politico: agli occhi loro ero un nemico, un nemico da distruggere e denigrare.

Un nemico da svilire e denigrare

Non c’era confronto, né approfondimento, né competenza. La discussione si era spostata dal tema centrale alla sfera privata. Sembrava quasi che il pensiero di Voltaire “non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, fosse ormai démodé. Questo linguaggio non riguarda solo i comuni cittadini, anzi è sempre più promosso e radicato nei nostri rappresentanti politici, i quali spesso diffondono slogan anziché contenuti, disinformazione, approssimazione. La comunicazione dei politici online si rivolge ai propri sostenitori, percepiti come persone da fomentare e questo conduce ad una polarizzazione inevitabile che trasforma l’avversario in un nemico da svilire e dileggiare. Da non sottovalutare nemmeno il ruolo dei media, che giocano pericolosamente con le parole creando un humus favorevole al diffondersi dell’odio.

Un confronto costruttivo 

Alcuni giornalisti scrivono commenti provocatori, riportano dichiarazioni di politici chiaramente offensive perché le polemiche hanno una notiziabilità maggiore, ma il confine tra il riportare una notizia invitando la società a riflettere sugli “agenti di odio”, e diventare strumento di propaganda dei loro messaggi è molto sottile, e pericoloso. Ognuno di noi ha una responsabilità ben precisa se vogliamo salvaguardare la bellezza e l’importanza del dibattito politico e di opinione. Affinché non prevalga uno scenario dove io, Giulia, mi senta nel diritto di abbattere l’opinione altrui con violenza, accuse, derisioni, sconcerie e quant’altro, è necessario stimolare la moderazione nel confronto con l’altro, non cadere nelle provocazioni e diffondere informazioni e non odio.

Abbiamo bisogno di creare un’onda di positività, di collaborazione e di sostegno per incoraggiare la libertà di espressione. Dunque di favorire e supportare il confronto contenutistico e sano, “isolando” l’odio e relegandolo in una piccola porzione di commenti, se non addirittura escludendolo. Dobbiamo ricordare che osservando il dovere di rispettare l’opinione altrui favoriamo la libertà di espressione e lo scambio intellettuale, due elementi preziosi per una società culturalmente libera e aperta.

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