27 Dicembre 2023

Decolonizzare l’istruzione

di Emanuele Russo

Sulla rete si trova con relativa facilità un video in cui Alessandro Barbero, professore universitario e divulgatore, racconta delle alterne vicende del diritto all’istruzione. Quando a scuola ci andavano i figli dei ricchi, a nessuno sarebbe venuto in mente di dire che non si trattasse di una cosa importante, dal momento che una buona istruzione era necessaria per poter prendere il posto giusto nella società. E il posto giusto, in quel caso, era quello di comando. Poi, la scuola è stata aperta a tutti e, progressivamente, ha cominciato ad essere messa in discussione. La conoscenza, se universale, avrebbe ridotto le possibilità per le classi abbienti di mantenere la propria posizione di preminenza. 

L’incapacità della scuola pubblica di tenere il passo con il mutare dei tempi è anzitutto un problema di risorse, scarsamente allocate e facilmente tagliate nel nostro paese. Così alla voce di chi, da privilegiato, critica la scuola per irrilevanza e incapacità, si aggiunge quella di chi, non potendo scegliere, si trova a vivere l’inefficienza e la scarsità di risorse sulla propria pelle. Nei paesi che hanno vissuto un passato coloniale, a questa dinamica si aggiunge quella della scuola come strumento della propaganda della madrepatria, che perdura ancora oggi. Il punto di vista di molti libri di testo dei paesi africani o latinoamericani è ancora quello eurocentrico, indirizzato a creare negli studenti un’idea di Europa ben diversa dalla realtà. Il capolavoro di Andrea Levy, Un’isola di stranieri, approfondisce questo punto. 

Spesso siamo portati a concentrarci sugli aspetti di critica strutturale alla scuola senza accorgerci che, essendo un’istituzione umana, essa non è solo inevitabilmente fallace, ma anche soggetta a orientamenti politico-sociali che non sempre condividono l’importanza di un’educazione universale. Ogni muro scrostato, ogni struttura fatiscente, ogni insegnante precario, demotivato e sottopagato sono espressione di un’idea di diritto all’istruzione di facciata, incapace di operare quella trasformazione della persona che è però alla base degli obiettivi delle Nazioni Unite per il 2030 e quindi dei proponimenti che la comunità internazionale si è data per migliorare l’esistenza di tutti gli abitanti della Terra. La pervasività del discorso d’odio nella nostra società comincia dalle ore passate tra i banchi di scuola, a cui diamo un’importanza minore di quelle passate sui social. Se investissimo nella scuola lo stesso budget che le compagnie proprietarie delle piattaforme online investono per intrattenerci, avremmo delle scuole capaci di raggiungere gli obiettivi prefissati in un battere di ciglia.

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