7 Maggio 2021

Come si alimenta la valanga di fake news e hate speech che sommerge il mondo dei social media?

Nell’era dell’iperinformazione abbiamo accesso a una quantità di notizie sconfinata. Ma questo ci porta ad essere più informati? A sviluppare maggiormente la nostra capacità di analisi?  A discernere una notizia vera da una costruita e falsa? Come reagisce il nostro cervello a questo flusso continuo di stimoli? 

Per rispondere a queste domande ci viene in aiuto l’economia comportamentale con lo psicologo e premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman che parla di  scorciatoie mentali semplificatrici, di procedimenti mentali intuitivi e veloci, quasi istintivi che inducono il nostro cervello a valutare e a prendere decisioni secondo schemi che non richiedono uno sforzo cognitivo. Le manifestazioni più evidenti di queste scorciatoie sono i bias cognitivi ossia dei preconcetti che ricorrono in maniera prevedibile in particolari circostanze come se un’entità fuori dal nostro controllo scegliesse automaticamente al nostro posto.

I bias cognitivi sono numerosi, ma quelli che la mente adotta nel caso di sovra informazione specie nell’utilizzo dei social network sono il:

bias di conferma, ossia la tendenza a ricercare e prediligere le informazioni che confermano le nostre credenze iniziali. L’azione di tale bias provoca un eccesso di fiducia nelle opinioni personali e impedisce persino di mutare posizione di fronte a prove contrarie evidenti.

 – bias di ancoraggio, che porta a legarsi a un’informazione iniziale con cui si è venuti a contatto, considerata come “ancora”, per formulare giudizi successivi durante il processo decisionale.

bias di gruppo, che induce a sopravvalutare le capacità e il valore del proprio gruppo, qualunque natura esso abbia (sociale, culturale, ecc.), a sminuire e discriminare qualsiasi gruppo estraneo con cui si evita il confronto.  

L’azione congiunta di tali bias ha una portata esplosiva all’interno del microcosmo dei social, perché invece di ampliare le nostre conoscenze, rafforza le nostre idee iniziali e ci spinge a identificarci con il gruppo virtuale che in quel frangente le rappresentaSi crea di conseguenza il fenomeno delle “camere d’eco” in cui i preconcetti personali sono amplificati dalla comunicazione e dalla ripetizione degli stessi messaggi all’interno di un sistema chiuso. Dentro una camera d’eco gli utenti possono trovare informazioni che convalidano le loro opinioni preesistenti e attivare il bias di conferma. Questo fenomeno rafforza le credenze e le radicalizza a prescindere dalla loro veridicità e senza nulla aggiungere all’informazione e alla conoscenza.

Le camere d’eco e i bias alimentano  la diffusione  di fake news e il proliferare dei discorsi di odio di cui si avvantaggiano i Troll:  utenti del web, con falsi profili, dediti a provocare intenzionalmente reazioni di rabbia, sofferenza emotiva, stress attraverso linguaggi che vanno dallo scortese all’offensivo, argomentazioni improbabili e provocatorie,  a sviare la conversazione generando antagonismo, insultando e stuzzicando gli altri partecipanti a una comunità online. Attacchi personali, minacce e finti ricatti sono considerati comportamenti tipici dei troll che trovano ampio spazio di azione, in particolare, tra i commentatori delle pagine social dei giornali, dove insultano gli altri utenti o prendono posizioni volutamente provocatorie e oppositive. Alcuni di essi possono essere molto pericolosi, specialmente se hanno abilità informatiche che consentono loro di ottenere informazioni private da usare come ricatto nei confronti di persone vulnerabili. L’attività di trolling è alla base del meccanismo  della macchina del fango che colpisce categorie sociali minoritarie e/o vulnerabili. Tra esse, le donne sono vittime di una forma particolare di trolling, il gender trolling che ha caratteristiche specifiche: l’attacco coordinato di molte persone che schiacciano la vittima con una vastità di commenti offensivi e umilianti, spesso sull’aspetto fisico, che arrivano a essere centinaia all’ora per un periodo prolungato di tempo; l’uso di un linguaggio estremamente violento e di minacce di stupro, di morte, di tortura, di doxing (diffusione di informazioni private, indirizzi di casa o di ufficio), di mettere in pericolo il lavoro e perfino la sicurezza personale della donna. I gender troll perseguitano attivamente e accanitamente i loro bersagli su diverse piattaforme digitali e alcune volte nella vita reale, spesso prendendo di mira anche chi supporta la vittima o i suoi amici. 

Come ci svelano numerose inchieste e studi condotti in varie parti del mondo, l’attività di trolling è ampiamente utilizzata anche a livello macro da una rete di organizzazioni, dalla Russia, al Brasile, agli Stati Uniti, alla Cina, all’Italia ad esempio, dedite alla creazione e diffusione di notizie inventate e di falsa propaganda che si servono di personaggi fittizi, i troll appunto, a pagamento, di Bot -profili totalmente automatizzati o di account Cyborg che presentano un certo livello di automazione, ma il cui utilizzo prevede anche l’intervento umano con l’obiettivo di sostenere una particolare corrente politica o di creare caos all’interno delle istituzioni e delle parti politiche manipolando le informazioni come sta succedendo per la crisi sanitaria che stiamo attraversando o per i cambiamenti climatici ad esempio.

Le campagne di propaganda che si servono di troll, bot e cyborg sono capaci di simulare un’opinione pubblica inesistente, una tecnica che spesso si accompagna alla manipolazione dei vecchi media mainstream ed è utilizzata in varie parti del mondo per mantenere il controllo sui cittadini e legittimare il potere governativo. 

Esiste, purtroppo, un mercato in crescita sui social specializzato nella propaganda online  e nell’acquisto di bot in grandi quantità per diffondere messaggi politici o informazioni ingannevoli o acquisire consenso che anche noi spesso inconsapevolmente alimentiamo facendo crescere disinformazione e hate speech.

A cura di Elisa Cionchetti

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