30 Novembre 2023

Come nasce il nostro io digitale

di Emanuele Russo

I social network, nati nei primi anni del XXI secolo, rappresentano una versione più evoluta e dinamica dei blog, che non si discostavano di molto, se non per magnitudo potenziale, da ciò che le persone hanno sempre fatto nel mondo “analogico”: parlare ad altre persone di sé e delle cose che interessano loro nella speranza di trovare punti di contatto. 

Così come prima dell’avvento di internet, nell’era dei blog e agli albori dei social network si potevano esprimere idee senza ricevere alcun segnale dal mondo esterno. E anche quando questo avveniva, lo scollamento esistente tra l’online e la “vita reale” era tale che difficilmente un commento negativo su un contenuto personale pubblicato in rete fosse letto come un giudizio sulla persona reale. La sfera privata rimaneva fuori dalla stragrande maggioranza dei discorsi e il controllo sui contenuti pubblicati era quasi totale, poiché si trattava di qualcosa di generato dall’utente stesso, la condivisione di contenuti di terzi era residuale. 

Con i social network (Facebook) le cose cominciano a cambiare, perché la possibilità di commentare (e giudicare) in modo molto rapido un contenuto, attraverso il pollice alzato blu, ci permette progressivamente di avere un riscontro veloce del plauso riservato dalla community ai contenuti prodotti. Il fatto che la community sia potenzialmente globale rende l’ambiente dei social molto appetibile. Infatti, se siamo già popolari, vogliamo verificare se questo “successo” può replicarsi anche altrove. Se ci sentiamo isolati e incompresi, speriamo che il problema sia solo legato alla sfortuna di essere nati in un determinato luogo o vicino a determinate persone. 

Quanto più i social network si evolvono e diventano capaci di garantire interazioni complesse e immediate (tanto da far dimenticare che il medium esiste, ed è tutt’altro che neutro), tanto più siamo spinti ad aumentare il flusso di contenuti pubblicati, in una corsa alla ricerca di consensi che occupa quantità sempre maggiori di tempo e richiede di scoprire parti sempre più ampie di noi. Progressivamente trasportiamo sulla rete la nostra intera persona, e questo implica che un giudizio negativo ricevuto in rete (così come uno positivo) si scolli sempre più dal contenuto singolo pubblicato, ma ci investa totalmente. 

Le conseguenze di questo processo sono due: in primo luogo, dal momento che è impossibile produrre un flusso senza limiti di contenuti, cominciamo ad affidarci a contenuti prodotti da terzi, favorendo la trasformazione dei social network in social media, cioè luoghi in cui poche persone (fisiche o giuridiche) producono la maggior parte dei contenuti, che vengono poi scambiati (gratis) da milioni di utenti, i quali però affidano a questi contenuti il compito di definire la propria personalità. In secondo luogo, dal momento che l’esistenza sui social media è, comunque, mediata, sempre più spesso intravediamo in questi contesti la possibilità di liberarci dei limiti posti dalla natura, e di creare “la versione migliore di noi stessi”

Vivere la dimensione digitale è anzitutto una questione di consapevolezza. Dobbiamo interrogarci su come i social media influiscono sul nostro modo di rapportarci con noi stessi e con gli altri, in modo da diventare maggiormente padroni di ciò che ci accade in rete.

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