12 Febbraio 2024

Attivismo leggero, istruzioni per l’uso

di Emanuele Russo

Quando ci capita di firmare un appello su piattaforme come Change.org o Avaaz, raramente ricordiamo che la prima organizzazione a rendere globale un appello fu Amnesty International nel 1961 o, meglio ancora, che Amnesty nacque proprio grazie ad una “chiamata globale per l’amnistia” lanciata da Peter Benenson, avvocato londinese fondatore del movimento più importante per la difesa dei diritti umani nel mondo. 

Non è necessario ricordarlo, in effetti, ma può essere utile. Perché l’attivismo nasce per produrre un cambiamento, e sceglie i propri metodi in base a chi si mobilita, ma anche a partire dalla società in cui opera. Per fare un esempio storico legato al sindacato, durante gli anni delle giunte militari sudamericane era impossibile svolgere qualsivoglia azione a favore dei diritti delle classi lavoratrici, pertanto in Cile, Brasile, Argentina, ci si organizzò con strutture più o meno clandestine per sopravvivere e tramandare le competenze preparando al contempo tempi migliori. 

I Paesi occidentali, specialmente a livello europeo e nordamericano, hanno elaborato al proprio interno esperienze di successo nell’attivismo civico e politico a partire dal secondo dopoguerra, con risultati rilevanti anche a livello globale. Le società in cui queste esperienze, tra cui la già citata Amnesty International, sono nate, erano in un momento storico molto particolare: pieno boom economico in Europa Occidentale, economicamente, culturalmente e militarmente dominanti su almeno metà globo negli Stati Uniti. La piena occupazione era un orizzonte perseguibile, lo stato sociale non ancora messo a rischio dal debito pubblico e dal neoliberismo degli anni ’80 del ‘900, la classe media, target di riferimento, artificialmente considerata benestante, istruita, bianca, patriarcale e normodotata. Pertanto, nella posizione di aiutare gli altri, ma di non aver bisogno di aiuto. Gli strumenti messi a punto per coinvolgere questo tipo di popolazione potevano avere un’efficacia in una società in cui fosse almeno diffusa la convinzione che le cose stessero davvero così. Oggi quel mondo non esiste più. Per fortuna, in un certo senso, dal momento che ci siamo liberati dalla presunzione di poter considerare alcune società o interi paesi al di fuori della Storia.

Chi voglia fare attivismo, oggi, deve tenere in conto che siamo sempre più precari, sempre più diversi e viviamo in società fortemente divise e divisive. Dobbiamo lavorare alla costruzione di modi di mobilitarci che funzionino in questa società, consapevoli che la cittadinanza attiva su misura sui risultati ottenuti, e non sulla mera esperienza della mobilitazione.

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