di Emanuele Russo
Il libro dal titolo “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social“, scritto oltre sei anni fa, sembra uscito ieri. Forse perché è stato scritto da un guru della Silicon Valley, come viene definito Jaron Lanier sul web, quindi una persona che, oltre ad avere costante accesso ad informazioni riservate, ha anche fatto la storia del progresso tecnologico degli ultimi anni. Forse perché la sua posizione, decisamente minoritaria solo pochi anni fa, sta diventando sempre più popolare a livello globale, con numeri crescenti di istituzioni e persone che cominciano a cercare modi efficaci per uscire dalla dipendenza da social media di cui molti di noi soffrono.
Tra le dieci ragioni analizzate nel libro, ve ne sono alcune che riguardano direttamente il discorso d’odio, in particolare la III e la VI. La III ragione afferma, senza mezzi termini, che i social media ti stiano facendo diventare uno stronzo. Credo sia importante partire da qui perché, normalmente, a nessuno piace pensare di essere parte di un problema. Chi diffonde odio online è sempre qualcun altro. Lanier, invece, ci invita a riflettere sul fatto che ognuno di noi ha un “troll interiore”, pronto a saltar fuori se le condizioni sono favorevoli. Secondo Lanier, i social media costituiscono un habitat perfetto per permettere di tirare fuori il peggio di noi stessi perché potenziano a dismisura le dinamiche tipiche di un essere vivente che si trovi nel proprio branco: segue la massa, non si interroga troppo sulle azioni intraprese dal gruppo, applica verso l’esterno una logica noi-loro. Per questa ragione, è molto difficile dialogare pacificamente quando si è online, e il rischio di venire insultati, così come quello di reagire aggressivamente, è molto elevato.
La VI ragione si concentra su un aspetto direttamente collegato alla III ragione, cioé la nostra declinante capacità di provare empatia. L’empatia è un sentimento naturale nell’essere umano, ma per svilupparsi ha bisogno di un confronto constante e continuativo con ciò che altro da sé. Quanto meno siamo esposti al diverso, tanto meno siamo abituati a dover trovare un punto di incontro. Le filter bubble, cioé quel sistema attraverso il quale l’algoritmo dei social media, dopo averci modellizzato, fa in modo che veniamo esposti solo a contenuti adatti a noi, genera la falsa percezione che tutti concordino con le nostre idee. Pertanto, nel momento in cui, per puro caso, incontriamo punti di vista divergenti, non siamo in grado di rapportarci con esso, principalmente perché abbiamo disimparato a farlo. Ognuno di noi è convinto di essere al centro del proprio mondo, e non esita a derubricare come irrilevante ogni opinione che si distacchi dalla propria.
Il libro fornisce molti altri spunti di riflessione, ma anche solo a partire da questi due possiamo riaffermare quanto Hate Trackers ha sempre sostenuto: il discorso d’odio, oggi come ieri, ha a che fare con il linguaggio. Ma, molto di più, ha a che fare con le innovazioni tecnologiche dei mezzi d’informazione e di relazione interpersonale.
18 Aprile 2024
L’opzione cancellamento: la proposta di Jaron Lanier
di Emanuele Russo
Il libro dal titolo “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social“, scritto oltre sei anni fa, sembra uscito ieri. Forse perché è stato scritto da un guru della Silicon Valley, come viene definito Jaron Lanier sul web, quindi una persona che, oltre ad avere costante accesso ad informazioni riservate, ha anche fatto la storia del progresso tecnologico degli ultimi anni. Forse perché la sua posizione, decisamente minoritaria solo pochi anni fa, sta diventando sempre più popolare a livello globale, con numeri crescenti di istituzioni e persone che cominciano a cercare modi efficaci per uscire dalla dipendenza da social media di cui molti di noi soffrono.
Tra le dieci ragioni analizzate nel libro, ve ne sono alcune che riguardano direttamente il discorso d’odio, in particolare la III e la VI. La III ragione afferma, senza mezzi termini, che i social media ti stiano facendo diventare uno stronzo. Credo sia importante partire da qui perché, normalmente, a nessuno piace pensare di essere parte di un problema. Chi diffonde odio online è sempre qualcun altro. Lanier, invece, ci invita a riflettere sul fatto che ognuno di noi ha un “troll interiore”, pronto a saltar fuori se le condizioni sono favorevoli. Secondo Lanier, i social media costituiscono un habitat perfetto per permettere di tirare fuori il peggio di noi stessi perché potenziano a dismisura le dinamiche tipiche di un essere vivente che si trovi nel proprio branco: segue la massa, non si interroga troppo sulle azioni intraprese dal gruppo, applica verso l’esterno una logica noi-loro. Per questa ragione, è molto difficile dialogare pacificamente quando si è online, e il rischio di venire insultati, così come quello di reagire aggressivamente, è molto elevato.
La VI ragione si concentra su un aspetto direttamente collegato alla III ragione, cioé la nostra declinante capacità di provare empatia. L’empatia è un sentimento naturale nell’essere umano, ma per svilupparsi ha bisogno di un confronto constante e continuativo con ciò che altro da sé. Quanto meno siamo esposti al diverso, tanto meno siamo abituati a dover trovare un punto di incontro. Le filter bubble, cioé quel sistema attraverso il quale l’algoritmo dei social media, dopo averci modellizzato, fa in modo che veniamo esposti solo a contenuti adatti a noi, genera la falsa percezione che tutti concordino con le nostre idee. Pertanto, nel momento in cui, per puro caso, incontriamo punti di vista divergenti, non siamo in grado di rapportarci con esso, principalmente perché abbiamo disimparato a farlo. Ognuno di noi è convinto di essere al centro del proprio mondo, e non esita a derubricare come irrilevante ogni opinione che si distacchi dalla propria.
Il libro fornisce molti altri spunti di riflessione, ma anche solo a partire da questi due possiamo riaffermare quanto Hate Trackers ha sempre sostenuto: il discorso d’odio, oggi come ieri, ha a che fare con il linguaggio. Ma, molto di più, ha a che fare con le innovazioni tecnologiche dei mezzi d’informazione e di relazione interpersonale.
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