15 Marzo 2021

Nuova legge sulla privacy di Whatsapp: controllo e cessione dei dati

Libertà d’espressione, censura, leggi sulla privacy

Uno degli aspetti più importanti per i cittadini di tutto il mondo è la libertà di espressione. Sentirsi liberi di esprimere opinioni, pensieri, commenti su qualunque argomento senza temere la censura da parte di una qualsivoglia autorità. Questo aspetto della libertà di pensiero, nel mondo online, si associa all’opportunità di mascherare la propria identità, che può comportare una deresponsabilizzazione dell’utente rispetto al pensiero pubblicato, mi riferisco in questo caso ai social, e quindi un dilagare di offese, discorsi violenti, minacce.
Come tutto ciò può collegarsi con la nuova legge sulla privacy di Whatsapp?

Cambiano le regole della privacy su Whatsapp

Social network come Facebook hanno da tempo attivato una serie di strumenti, seppur non esaustivi e spesso poco efficaci, per monitorare i discorsi d’odio diffusi sulla piattaforma, eliminarne i contenuti e/o rimuovere/sospendere l’utente promotore di tali discorsi. Se da un lato vi è una costante richiesta di controllo da parte di una buona fetta dell’opinione pubblica per contrastare il fenomeno dell’hate speech e delle fake news, dall’altro vi è una tendenza generale, promossa con vigore da parte dei cosiddetti “gruppi più radicali” ma che non riguarda solo loro, a una maggiore privacy e libertà rispetto ai propri contenuti che siano essi condivisi su un social o via messaggio. Un caso esemplificativo è la recente migrazione di milioni di utenti da Whatsapp a Signal e/o Telegram.

Whatsapp comunica di voler modificare le sue impostazioni sulla privacy, termini che dovranno essere accettati dagli utenti entro il 15 maggio per poter continuare ad utilizzare l’app.

Nuova policy Whatsapp: cosa c’è da sapere

Cosa prevede la nuova policy? Accettando le nuove condizioni obbligatorie, il fruitore del servizio permetterà la cessione a Facebook di dati quali:

  • la registrazione dell’account Whatsapp (come il numero di telefono)
  • i dati delle transazioni
  • notizie relative ai servizi
  • indicazioni su come interagisce con gli altri utenti (aziende comprese), quando utilizza i nostri Servizi,
  • informazioni sul suo dispositivo mobile e sul suo indirizzo IP.

Si è verificata, di conseguenza, un’impennata di download delle app Signal e Telegram da parte di nuovi utenti, che hanno deciso di migrare da Whatsapp proprio perché temevano per la propria privacy.

Il rovescio della medaglia

I fondatori di queste app di messaggistica affermano di offrire “una comunicazione privata accessibile e onnipresente” che permetterebbe quindi agli utenti di comunicare senza dover temere alcun intrusione da parte delle autorità, perché le chat private risultano criptate.

Un servizio molto prezioso se pensiamo ad esempio a giornalisti, attivisti che per le loro attività di denuncia e difesa dei diritti umani rischiano di essere perseguitati da governi poco democratici.

Ma questo stesso servizio può essere sfruttato da gruppi conservatori e ultraconservatori che continuano a diffondere messaggi d’odio, contenuti discriminatori, razzisti, misogini, e così via. Tutto grazie all’assenza di strumenti in grado di controllare i contenuti dei messaggi.

Già in passato, Telegram fu utilizzata ripetutamente dallo Stato Islamico e dai suoi sostenitori per organizzare attacchi terroristici in Europa, finché la polizia europea lavorò con la compagnia per eliminare quegli account associabili a gruppi terroristici. Ma nonostante nelle ultime settimane, a seguito dell’attacco al Campidoglio, Telegram abbia bannato dalla propria piattaforma diversi gruppi di estrema destra, la maggior parte resta online e nuovi persone continuano ad aggiungersi.

Dalla privacy di Whatsapp al discorso d’odio

Si presenta davanti a noi un dilemma non di poco conto.
Da una parte siamo giustamente preoccupati per la protezione dei nostri dati e la nostra libertà di espressione; cerchiamo quindi uno strumento che ci garantisca una maggiore tutela in questi termini.

Dall’altro siamo consapevoli che un’assenza di controllo, anche parziale, su questi canali di comunicazione possa favorire lo scambio di contenuti violenti, discriminatori e d’odio.

Una riflessione a riguardo appare urgente e necessaria.

Ti potrebbe interessare

di Matteo De Nicolo. L’impulso di odiare con le parole è un vizio antico, non un’invenzione dei social media. È un filo oscuro che
di Francesca Boaro   Il mondo è governato quasi ovunque da una oligarchia di ricchi. Gli Stati Uniti, in passato considerati il simbolo della
di Loris Martino   Sul mio sito, insieme ad altri articoli riguardanti le nuove frontiere pedagogiche, trovate “Il metodo danese per crescere bambini felici”