27 Febbraio 2021

Scafisti, hate speech ed #hatetrackers: ridefinire il senso delle parole

Scafisti per caso

Era l’estate di 6 anni fa, caldo torrido, io, mio figlio e la mia compagna eravamo in spiaggia a un paio di metri dal mare. Senza che ce ne rendessimo conto un’onda, causata da un’imbarcazione passata troppo vicina alla costa, invade il nostro spazio trascinando in acqua le nostre cose…Rimane nella storia della nostra famiglia il grido di rabbia che mio figlio lanciò verso quel gommone: “Scafisti!”. Aveva 8 anni allora, ma ovviamente percepiva l’aria di negatività associata a quella espressione. 

Il senso del termine…

Nei mezzi di informazione, la parola era stata introdotta per indicare i trafficanti di esseri umani alla guida delle imbarcazioni per trasportare i migranti, dalla Libia alle coste italiane. Gente senza scrupoli, criminali che speculavano sulla disperazione e che sono stati colpevoli di aver causato stragi di migranti come quella di Porto Palo di Capo Passero del 2016.

Il dibattito sulle politiche migratorie si concentra sul cercare di contrastare i flussi. Ciò ha permesso di individuare nei trafficanti alla guida delle imbarcazioni i principali criminali da colpire, grazie anche all’attivazione di disposizioni legislative che prevedono pene molto severe per chi venisse identificato come “scafista”.

…e l’uso comune

Cosa c’entra tutto ciò con l’hate speech? Un po’ di pazienza e ci arriviamo. Le parole non sono neutre, il loro peso, il senso che assumono dipendono da chi le pronuncia e da chi le ascolta; o meglio, dal sistema di interpretazione che i due soggetti hanno, cosa che a sua volta dipende dal contesto. La parola “scafista”, prima che il fenomeno migratorio assumesse le dimensioni odierne era riferita a “Un operaio addetto alla manutenzione e alle riparazioni degli scafi di navi e di aerei” ma nell’utilizzo comune ormai si riferisce a “Chi trasporta immigrati clandestini servendosi di motoscafi e vari altri generi di imbarcazioni a motore”. Ed è questa seconda interpretazione quella che ho sempre dato al termine da quando è diventato di uso comune, fino a quando…

Fino a quando nel corso di un’intervista fatta a Sergio Petrona Baviera, attivista palermitano che si occupa di dare supporto ai migranti fuori dal circuito dell’accoglienza, non scopro che gli scafisti non esistono più! 

Quello che è successo in questi ultimi anni è che i trafficanti di esseri umani, in seguito all’inasprimento delle pene, non si mettono più alla guida delle imbarcazioni. Essi infatti ora obbligano (spesso con la minaccia delle armi) uno o due passeggeri a mettersi al timone, scegliendoli in base alla loro esperienza con le barche.

Una volta arrivati in Italia, se individuati come chi era alla guida saranno considerati criminali e quindi sconteranno le pene detentive conseguenti. Il buon Sergio si occupa di diversi casi come questo, ma sia la legge che la società civile non hanno i mezzi per comprendere chiaramente. Continuiamo infatti a giudicare in base a un sistema di interpretazione che ormai è stato superato dalla realtà. 

Dagli “scafisti” all’hate speech, fino al progetto Hate Trackers

Ed ecco la connessione con #hatetrackers, smontare il discorso d’odio è una operazione che secondo noi richiede un’azione di ridefinizione di senso delle parole, di modifica dei codici di interpretazione utilizzati basandosi sul disvelamento della realtà per come è piuttosto che per come viene raccontata e spesso strumentalizzata da chi dall’odio cerca consenso. Il percorso è difficile specie in piena pandemia. Ma è iniziato. 

Di #hatespeech si parla poco e si sa ancora meno, ma le conseguenze che ha sulla vita delle vittime possono essere molto gravi. Lo vediamo nel caso dei “nuovi scafisti”, così come nei crimini d’odio basati su omofobia, nei femminicidi, nelle aggressioni ai migranti. 

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