23 Gennaio 2024

Dimmi chi sei e ti dirò che estetica hai

di Emanuele Russo

Estetica: s.f. l’insieme dei fattori richiesti e accettati dal gusto e dal senso della forma. Marcel Duchamp, tra i geni artistici più importanti del XX secolo, direbbe che viviamo in un’epoca retinica. Siamo, cioè, concentrati sulla mera piacevolezza estetica, e attribuiamo valore a una cosa (spesso anche ad una persona) solo se questa risponde a determinati canoni. Questi ultimi sono però delineati a partire dal giudizio di una sedicente élite che, nel caso delle persone, corrisponde grosso modo al punto di vista occidentale, maschile, normodotato, eterosessuale e cisgender. Nel mondo dei social media, i valori estetici dominanti retroagiscono su di noi nel momento in cui giudichiamo i contenuti che vediamo, ma anche nel momento in cui produciamo o condividiamo contenuti di terzi. 

L’algoritmo della piattaforma che utilizziamo studia le nostre azioni e deduce i nostri interessi, al fine di costruire una bolla di contenuti che abbiano valore per noi e ci facciano restare attaccati allo schermo il più a lungo possibile. La bolla in cui viviamo ci rassicura sulle nostre scelte e ci dà l’impressione di vivere in un mondo in cui tutti le condividano. Il processo di costruzione dell’identità digitale da parte dell’algoritmo ha come fine ultimo la costruzione di un’esperienza estetica attrattiva che si consolida progressivamente, eliminando in breve tempo tutti gli eventuali “rapporti di minoranza”, finestre su altre nostre identità possibili. 

Perché questo processo è collegato al discorso d’odio? Perché appiattisce la nostra identità su pochi elementi, talvolta neanche ben connessi tra loro, e ci fa credere non solo che non esistano altre scelte possibili, ma che noi non possiamo essere diversi da come ci legge l’algoritmo. Eppure ci sono diversi elementi che stonano: ormai nei social media ci sono pochi reali creatori di contenuti, pertanto noi veniamo maggiormente identificati da cosa ripostiamo. È come se la nostra capacità oratoria venisse giudicata dalla bellezza delle nostre citazioni. Questa limitazione viene aggirata ad esempio dall’algoritmo di Tik Tok, che, su autorizzazione dell’utente, può accedere anche ai nomi dei file contenuti nel telefono e alla tastiera. Ma questa maggiore aderenza alla nostra identità è ottenuta attraverso un’intrusione importante, per quanto da noi autorizzata, nella nostra privacy. 

Ci troviamo quindi a dover scegliere se essere monitorati ogni volta che mettiamo la mano sul telefono oppure accettare di essere definiti da pochi elementi creati da altri, limitando di fatto la nostra possibilità di conoscere mondi e persone diverse. In entrambi i casi, la nostra esperienza online impoverisce la nostra capacità di scoprire il mondo e rende accettabile che tecnologie private determinino il modo in cui ci rapportiamo verso l’esterno e verso gli altri.

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